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Da consulente outplacement a coach

outplacement coach

Dopo trentacinque anni di esperienza in aziende informatiche sia italiane che internazionali ricoprendo ruoli da manager, Fabrizio Bresciani si ritrova  senza lavoro. Una battuta d’arresto inaspettata e, comprensibilmente, mal digerita. Non rimane però a casa e si rimette immediatamente in gioco portando il proprio curriculum a decine di società, sostenendo colloqui di lavoro che però non gli permettono di collocarsi di nuovo in posizioni analoghe.

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Dopo mesi in cui si reca di società in società a sostenere colloqui, riceve una proposta che nulla ha a che fare con la propria esperienza professionale: una società di outplacement gli propone di supportare, dare suggerimenti, aiutare chi, come egli stesso, deve ricollocarsi nel mondo del lavoro avendo superato i quarant’anni. Si lancia in questa “avventura” che ben presto trova entusiasmante perché gli permette di conoscere persone interessanti alle quali riesce a dare un apporto significativo nella loro ripresa dell’attività professionale.

 

Con il passare del tempo si rende conto che più che parlare passa la maggior parte del tempo ad ascoltare. Le persone sedute davanti a lui non vogliono ascoltare la sua storia, la sua esperienza, ma al contrario raccontare le proprie. Quando prende coscienza di ciò, la sua autostima vacilla: non è lì per essere ascoltato, ma per ascoltare! Quindi Fabrizio Bresciani si domanda “Cosa ci faccio qui? Queste persone non hanno bisogno dei miei consigli, della mia esperienza?”.

In concomitanza a questa considerazione l’azienda gli propone, proprio in virtù di quella esperienza di ormai due anni, di partecipare ad un corso di Coaching. Visto che di questa metodologia se ne sta parlando molto decide di provare, ma il primo impatto è negativo. La sua esperienza umana e lavorativa non è utile per dare consigli? Deve solo ascoltare? E’ un metodo che non capisce e non accetta. Chiede però un incontro con il docente esponendogli la sua considerazione e l’altro gli suggerisce di partecipare ad alcuni incontri.

 

Outplacement

 

Intanto continua la sua attività di consulente per l’azienda di outplacement e si rende conto che in realtà le indicazioni che sta ricevendo durante il master di Coaching lui le sta già mettendo in pratica: da tempo ormai durante gli incontri con le persone che hanno perso il lavoro si trova più ad ascoltare che a parlare, fa più domande piuttosto che fornire risposte. Insomma la sua figura professionale è già passata da consulente outplacement a coach.

Grazie all’esperienza pratica nell’azienda e al corso di coaching, il suo lavoro viene visto dai candidati in modo diverso perché si rivolge loro più come persone che come manager.

 

Più di una volta qualcuno si rivolge a lui ringraziandolo per il percorso svolto: “Pensavo di dover ascoltare suggerimenti su cosa fare, invece questi incontri sono serviti a conoscermi meglio e quindi so quali cose fare per raggiungere il mio obiettivo.”

In questo mercato del lavoro sempre più difficile e complesso, per un over quaranta è importante non solo la forza e la capacità di sapersi proporre, ma soprattutto aver chiari i propri punti di forza, avere la piena coscienza di come sfruttare le risorse che si hanno a disposizione.

Fabrizio Bresciani attualmente lavora in un’altra azienda che si occupa sempre di outplacement, ma che utilizza la metodologia del coaching.

Il percorso di outplacement fornisce gli strumenti per velocizzare la ricollocazione nel mercato lavorativo e usare anche elementi di coaching porta al risultato che il candidato acquisisce una maggiore considerazione di sé, fondamentale per mettere in campo azioni mirate per ottenere l’importante obiettivo.

 

4 Comments to "Da consulente outplacement a coach"

  1. Fabrizio Bresciani
    11 giugno 2015 at 23:38

    simpatico trovare un articolo romanzato che mi riguarda, senza saperlo! Grazie!

  2. davide
    19 settembre 2014 at 17:13

    Ciao Carlo, sono d’accordo in parte. Prendiamo il tuo esempio: la fotografia. In quel caso secondo me un corso ha senso perché comunque vai ad affinare una cosa tecnica e quella è bene che sia sempre al top. Per il resto, non lo so, vedo il mental coach più come un motivatore, un consigliere e quella può essere una dote innata che non ha bisogno di essere coltivata perché già brillante di suo.

  3. Carlo
    19 settembre 2014 at 15:30

    ciao Davide più volte di quanto immaginiamo ci ritroviamo a fare delle cose senza sapere esattamente cosa stiamo facendo. Immagina per esempio quando facciamo delle fotografie ottenendo dei buoni risultati pur non avendo mai frequentato un corso relativo. Però se la cosa ci interessa e decidiamo di inscriverci ad un corso di fotografia, non solo capiamo meglio quello che facevamo ma riusciremo a farlo meglio e ad insegnarlo anche agli altri! sei d’accordo con me?

  4. davide
    19 settembre 2014 at 13:01

    La mia domanda è: se già lo stava mettendo in pratica, senza sapere nemmeno cosa fosse, ha senso frequentare questo corso? Detta così sembrerebbe che chiunque possa intraprendere questo tipo di attività pur senza rendersene conto.

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