Robert Neff

Ho cominciato ad interessarmi al concetto di “Mental Coaching” intorno agli anni Settanta quando ero ancora un giocatore di Tennis in Canada.

Stavo giocando in un torneo Nazionale di tennis ed era estremamente freddo e ventoso. Il mio avversario era un ragazzo contro cui avevo già perso diverse volte. Non gradivo il vento, in più era il mio primo evento a livello nazionale e non avevo mai giocato bene contro questa persona.

Con tutto questo a mio sfavore, per qualche strano motivo, non potevo sbagliare. E applicando alcune Tecniche di Mental Coaching mi sembrava di sapere esattamente dove ero e quale tiro era necessario fare. Il tutto fu semplice e di gran lunga quello fu il match più divertente e vincente che avessi mai giocato.

 

Ottenni qualche successo nel cercare di ricreare quell’esperienza nelle partite successive, ma il tutto si ripeteva solo casualmente. Durante quegli anni, lessi il libro di Timothy Gallway “ Il tennis interiore” e qualsiasi altra cosa trattasse argomento di Mental Coaching. Purtroppo non trovai né una mappa da seguire né una ricetta: non esisteva nemmeno un esperto in materia che potesse aiutarmi a trovare le risposte.

 

Poi durante il College, quando meno l’aspettavo, senza alcuna difficoltà, ebbi un’altra partita modello “non posso sbagliare” e finalmente misi in pratica una mappa da seguire per il corretto utilizzo delle tecniche di Mental Coaching. Sfidai persino atleti professionisti, poi però, una lesione mi costrinse a ritirarmi.

Imparare come controllare la performance nell’attività sportiva mi ha permesso di costruire una metodologia e quindi la possibilità di insegnare agli altri queste tecniche.

 

Il Mental Coaching è così diventata la mia missione lavorativa.